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Dico al Corriere – La vittoria della destra si fa più chiara del previsto

Caro Aldo,
Secondo la maggior parte delle “previsioni” il centrodestra inizia a vincere le casse, ma quando guardo le ultime elezioni amministrative vedo che nelle quattro maggiori città italiane non hanno toccato palla ma anzi sono arrivate con risultati piuttosto umilianti. Insomma, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco.
Francesco Duina Sovere (Bergamo)

Caro Franz,
Dato che stiamo facendo previsioni accurate, non presagi, rimango convinto che siamo sull’orlo di una netta vittoria di destra. La maggior parte degli italiani non vive nelle grandi città; e anche nelle grandi città, le divisioni a sinistra mettevano in pericolo i college dove il centrodestra sarebbe rimasto indietro. Il punto è che il centrosinistra si è diviso perché sa di perdere e tutti puntano a massimizzare il consenso: sia Calenda che Conte sanno che otterranno più voti da soli che in coalizione con il Pd, che dal canto suo ha sbagliato a non formare almeno una delle due alleanze. Forse avrebbe perso qualche punto percentuale; ma almeno trasmetterebbe l’idea che stava cercando di vincere, o almeno di limitare la sconfitta. Invece, il risultato è ora così chiaro da incoraggiare l’atteggiamento nazionale a correre in aiuto del vincitore. Meloni, secondo me, otterrà anche più voti di quanto indicano i sondaggi: la storia elettorale recente insegna che nei giorni scorsi si sono create correnti sotterranee verso il vincitore dichiarato che stanno sfuggendo alle urne. Resta da vedere se Salvini e Berlusconi resisteranno o se subiranno un forte ridimensionamento nei sondaggi. Una cosa è certa: Berlusconi non uscirà in mezzo ma a destra. Alla fine, la maggior parte dei voti di Berlusconi non è andata a Monti o Renzi o al partito di Draghi (che non è incluso), ma a Salvini, Meloni e – in passato – anche a Grillo. E questo ci autorizza a credere che Berlusconi sia il vero padre del populismo italiano.

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“Ho 30 anni, decido di lasciare l’Italia senza rimpianti”

Ho 30 anni e sono contento di non lavorare più in Italia. Qui perché. A settembre 2021 sono tornata nella mia città e ho trovato lavoro come commessa. All’inizio andava tutto bene, lo stipendio era buono, poi la situazione peggiorava sempre di più a causa della crescente insoddisfazione del capo nei miei confronti: alla fine ho dovuto lasciare questo posto sicuro per un lavoro part-time a Milano. Nelle prime settimane di lavoro ho ricevuto una telefonata da un noto hotel 5 stelle, ho condotto il colloquio e sono partito subito. Avevo grandi aspettative: mi sono trovata in un posto che era considerato irraggiungibile, un’occasione per riscattarmi. Sfortunatamente, questo non era il caso. Ho subito notato un certo disagio tra i dipendenti. Ho preso solo un’uniforme e ho dovuto comprare le magliette da solo. C’erano regole assurde e lo stipendio non era quello concordato al colloquio. Ma peggio di tutto, facevano affidamento sul fatto che si trovavano “in un posto eternamente bello” e quindi ogni ora in più doveva essere un privilegio. E gli straordinari erano sempre tanti. Le “vecchie reclute” mi dissero che la situazione era peggiorata con l’arrivo dei nuovi azionisti. Il 4 luglio ho accettato un lavoro part-time in Svizzera, dove ho iniziato il 31 luglio alla firma del contratto. Adesso lavoro in Svizzera e sono trattato bene: entri, lavori, esci. Gli ultimi lavori in Italia mi hanno fatto venire voglia di scappare. Ho dovuto accettare di venire mezz’ora prima perché il capo era preoccupato, giudicato dall’aspetto, insultato davanti ai clienti e altro ancora. “Il lavoro è lavoro” si applica qui.
CS

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