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i cannibali di guadagnino, metafora horror, voto 7-. Delusa “Athena” di Gavras, Voce 4 – Corriere.it

fuori Paolo Mereghetti

Bones and All è un road movie degli anni ’80 su due adolescenti condannati a vivere al limite. “Una coppia” modella i battiti del cuore (Grado 7 ½)

Tra gli scrittori italiani, Luca Guadagnino è quello che ricorda di più i grandi professionisti di Hollywood: come loro non ha un genere preferito, come loro spesso non scrive sceneggiature (anche se ci lavora, credo) , come loro, è un grande regista di attori. Ma come lei, a volte rischia di mettere la professionalità al di sopra del cuore. Qualcosa del genere accade con esso “Ossa e tutto” (“The Bones and Everything Else”, frase colloquiale per “pasto completo”), un road movie degli anni ’80 che racconta la storia di due adolescenti americani condannati a vivere ai margini della società perché cannibali.

Abbandonata dal padre a diciotto anni, spaventata dai suoi impulsi, Maren (Taylor Russell) fatica a venire a patti con la sua “natura”. L’incontro con il vecchio e inquietante Sully (Mark Rylance) la aiuterà a diventare crudelmente consapevole di sé, mentre l’incontro con il giovane Lee (Timothée Chalamet) la porterà a scoprire l’amore. Ma saranno in grado di controllare i loro impulsi antropofagici? Il percorso dei due giovani attraverso l’America è segnato dal vuoto e dal dolore: lei vuole ritrovare la madre che non ha mai conosciuto (e che le ha dato la sua “fame” di carne umana), lui si rammarica del calore della sorella (Anna Cobb) e la famiglia (da cui è fuggito dopo essersi scontrato con il padre violento e cannibalesco), entrambi sanno che il loro destino è l’esclusione (l’incontro con due della loro specie, di notte, in un prato, nella loro agonizzante miseria spiega la loro “condanna “meglio di mille discorsi).

Ciò che solleva alcuni dubbi è proprio la metafora Cannibalismo che lotta per creare senso e rischia di rimanere fine a se stesso. Guadagnino (basato su una sceneggiatura di David Kajganich) è troppo bravo per abbandonarsi alle banalità di “Twilight”, sa evitare tentazioni cruente e accumula momenti di grande tensione, ma alla fine sembra che l’operazione manchi di cuore , questa Empatia che ha fatto la differenza in “Chiamami col tuo nome”.

Il film Una coppia di Frederick Wiseman (Una coppia) è un’operazione di “testa”, ma qui l’astrazione e l’essenzialità diventano una forma cinematografica. Una telecamera immobile scambia le immagini delle scogliere e dei giardini dell’isola di Belle Île in Bretagna mentre Nathalie Boutefeu legge estratti dalle lettere di Sofia e di suo marito Leo Tolstoj. Che il matrimonio non sia stato felice è risaputo, e le parole dei due lo confermano, ma il punto di Wiseman non è difendere l’uno o l’altro, quanto piuttosto permettere un collegamento tra gli umori dei due coniugi e le immagini di una natura capace dà forma ai battiti del cuore. Senza spiegare la vaghezza insita nelle cose del cuore.

Quella che vuole dire tutto e di più è “Athena” di Romain Gavras (figlio di Costa-Gavras), che racconta la ribellione di un sobborgo della banlieue dopo l’omicidio di un ragazzo da parte di alcuni poliziotti. Con un ritmo sempre più concitato e una telecamera che non si ferma mai, seguiamo gli scontri con la polizia, le esplosioni di rabbia giovanile, il moltiplicarsi della violenza che fa perdere a tutti la luce della ragione. Per porre fine alla rara ipocrisia e assecondare.

3 settembre 2022 (Modificato 3 settembre 2022 | 07:36)

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