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Iñárritu, regista messicano con 5 Oscar, in concorso con “un’autofiction” – Corriere.it

fuori Stefania Ulvi

“Non dovrebbe essere un’autobiografia, sarebbe mortalmente noioso. Non ho fatto questo film con la testa, ma con tutto il cuore. Ha un prezzo per la privacy”

VENEZIA I cattolici lo chiamano limbo. L’approdo dei bambini non battezzati, il luogo di transito delle anime buone in attesa della risurrezione. In un senso più ampio, è uno stato di transizione da uno stato all’altro. Alejandro González Iñárritu, che da dieci anni si dedica alla meditazione sotto la guida di un monaco vietnamita, preferisce la versione buddista, che è il titolo del suo ultimo film,
bardo. Falsa cronaca di unas cuantas verdades
con il quale torna poi al concorso di Venezia uomo uccelloper il quale ha vinto tre Oscar (e un altro per risorto).

Il protagonista Silverio Gama (Daniel Giménez Cacho), giornalista e documentarista, sposato, due figli, vive e lavora a Los Angeles da vent’anni (come regista), dove ha avuto un tale successo da essere stato il primo latinoamericano a ricevere uno dei più prestigiosi premi giornalistici. Ritornato temporaneamente in patria, si troverà a confrontarsi con la propria storia e quella del proprio paese, tra rassegne storiche da Cortez a scomparsoe citazioni di film, in particolare Felini (“Non credo ci sia un regista che possa dire di non essere influenzato dal suo cinema”).

Qualsiasi riferimento alla vita umana e professionale di Iñárritu – inclusa la storia di Mateo, suo figlio, morto poche ore dopo la sua nascita (“Io e mia moglie abbiamo perso un figlio, il suo nome era Luciano”) – è tutt’altro che casuale. Ma il suo film, scritto insieme a Nicolás Giacobone, in uscita il 16 dicembre su Netflix, non vuole essere un’autobiografia. “Sarebbe mortalmente noioso e non mi importerebbe nemmeno. Non ho fatto questo film con la testa ma con tutto il cuore. Quello di Silverio è un viaggio emozionale, un’esperienza da sogno. Ovviamente, come tutto il resto, è autofiction. Tutto è finzione di questi tempi. La realtà non esiste, anche Silverio si rende conto che con il suo lavoro di documentarista ha fatto del suo meglio per raccontarla. La memoria non ha verità, solo emozioni».

Limbo è un posto che conosce bene, dice, messicano per gli americani e americano per i messicani. “Sono nella terra di nessuno. Quando lasci il tuo paese, la sua assenza ti perseguita ogni giorno, il Messico è uno stato d’animo per me. Oggi (ieri per il lettore, modificare) è un giorno speciale, il 1 settembre 2001 abbiamo lasciato il Messico con la mia famiglia per Los Angeles. Pensavamo di stare via un anno, ed erano 21. Tornare a girare lì era come stare davanti a uno specchio».

Da immigrato di prima classe, come il suo protagonistache può permettersi di andare e venire a suo piacimento invece di vivere l’odissea dei più poveri descritta nei suoi documenti (così come Iñárritu in Carne e arena). È un uomo che è riuscito a voltare le spalle al tumulto del suo Paese, ma si ritrova complice di un Occidente dove le divisioni sociali si stanno allargando. E dove non sembra uno scherzo che Amazon sia pronta ad acquistare Baja California. «Faccio l’ironia. Ma è vero, oggi le aziende sono più ricche dei paesi: si torna al feudalesimo».

Alla vigilia del suo 60esimo compleanno, che festeggerà nel 2023, il regista sembra cercare il tempo perduto. Una riflessione anche sui costi del successo. “Ha un sapore agrodolce. Ti mette in una posizione privilegiata, ma anche nella posizione di qualcuno che non sarà mai all’altezza delle aspettative degli altri. E ha un costo elevato per la tua vita personale».

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1 settembre 2022 (modifica 1 settembre 2022 | 20:56)

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