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La fake fama sui social e lo stalker della mia raccolta differenziata

Di recente i social si sono agitati in interpretazioni paranoiche del ragazzo che era salito sul palco di Giorgia Meloni – era un collaboratore? Guido Crosetto era a dieta? Era uno senza il consenso del cancellismo, e quindi non autorizzato a cercare anche la sua ribalta? – e stavo giusto pensando al momento in cui Meloni ha dovuto dire “fermate tutti” alle guardie del corpo e a come non dovete solo mantenere la calma e dare una risposta esibizionista che non vi faccia sembrare qualcuno che sta solo guardando all’avvento del potere manda in prigione il capovolto, ma attenzione anche che il vostro entourage non martiri l’esibizionista.

Ieri sera, sul palco di Londra, Dave Chappelle raccontava del tizio che lo ha aggredito su un palco americano, un tizio che aveva un coltello a serramanico con il manico a forma di pistola. “Un coltello la cui identità di genere era un’arma”, disse Chappelle all’epoca, indignando coloro che erano vulnerabili. Ma pensaci, ha detto l’altra sera, aveva quella che sembrava essere una pistola, e tutti quelli che erano lì con me erano armati, ma pensaci, se pensavano che fosse una pistola, andiamo a sparargli.

Ma Giorgia Meloni è il prossimo presidente del Consiglio a fare un comizio, e Dave Chappelle è il comico più famoso del mondo a fare uno spettacolo: sono quelli che un tempo erano prevedibili (e lo sono tuttora) e oggetto di sbilanciate attenzioni, infatti sono andati e sono andati in giro scortati. Quarantun anni fa, il ragazzo che voleva l’attenzione di Jodie Foster sparò a Ronald Reagan, non andò a casa di uno sfortunato giornalista che aveva scritto un paragrafo sul giornale in cui criticava le capacità recitative di Foster.

Poi sono arrivati ​​i social, quella macchina infernale grazie alla quale il pronostico di Andy Warhol è andato all’inferno. Siamo tutti famosi, anche se non facciamo niente di inquietante, e lo siamo sempre e per sempre, tranne un quarto d’ora.

Certo, oggi “fama” è un termine relativo: quasi nessuno di questi tempi è Marilyn Monroe, intesa come un personaggio familiare anche a chi è in coma da decenni (forse la regina Elisabetta o la Madonna: personaggi diventati famosi negli anni in cui fama era grave). Ma quasi tutti noi, grazie al tweet più banale in cui diciamo che non ci piace il cacao sul cappuccino, abbiamo la capacità di toccare inconsciamente il tessuto ossessivo di uno sconosciuto che, in quel momento a Scurcola Marsicana, decide di sono una figura decisiva nella sua vita disperata. Perché suo nonno faceva il cacao e gli stronzi come noi lo mandarono in bancarotta; o perché neanche a lui piace il cacao, si sente compreso e ha deciso che siamo migliori amici. Non importa se è odio o amore: ciò che non ti conosce e difende il tuo genio è lo stesso di ciò che non ti conosce e dice che meriti l’ergastolo.

Niente è più spaventoso dello sconosciuto che è ossessionato da te (se conosci la persona ossessionata, generalmente ti illudi di avere il controllo della situazione: a volte finisce male, quindi la paranoia preventiva è forse un vantaggio). Fortunatamente, la maggior parte sono ossessioni vanagloriose; Tempo fa, quando non scrivevo per Repubblica da circa quattro anni, un uomo apparentemente ossessionato fiutava che avessi una rubrica settimanale su Repubblica, ed era molto rassicurante: Sì, è abbastanza ossessionato da immaginare la mia rubrica, ma non ossessionato abbastanza per controllare regolarmente le cazzate che scrivo.

Questa paura non sembra essere chiara nemmeno ai ben intenzionati. Quest’estate sono stata in vacanza in un luogo incantevole che non ho resistito a fotografare ma accuratamente anonimo. In parte perché per quel che è costato non volevamo nemmeno pubblicizzarlo gratuitamente. E in parte perché credo di essere John Lennon e che se riporto in tempo reale dove sono, arriverà un secchione con il giovane Holden in una mano e una pistola nell’altra.

Ecco perché di recente ho fotografato un menu londinese in cui l’hamburger aveva il “burro di Nduja” ma poi non l’ho fatto su Instagram: ci sono persone abbastanza ossessionate da cercare il menu per capire dove sono in questo momento. So che pensi che io sia un mitomane (lo sono), ma tra gli elementi che si potrebbero usare per scrivere un grande romanzo sulla vita degli altri in quieta disperazione, conservo gli screenshot di un gruppo pubblico di Telegram in cui alcuni flash di guerra esaminavano gli angoli di edifici che hanno visto nelle mie foto per ricostruire dove mi trovavo in quel momento e indovinare dove vivevo. Una volta dovevi essere Liz Taylor per ottenere quel tipo di attenzione da incubo, ora vale ogni Guaia Sorcioni.

Il posto bellissimo, ho detto. Una ragazza che non conosco ma che abita vicino a me e di tanto in tanto mi scrive e che fino a quel momento mi è sembrata in salute vede una foto di sassi e mi scrive che sa dove sono. Ora dico “So cosa hai fatto” è il titolo di un film spaventoso come è possibile per le persone normodotate non capire che “so dove sei” non è qualcosa da scrivere a uno sconosciuto, quando non Vuoi che lo sconosciuto ti metta nella lista di quelli da temere?

La tessera verrà ritirata a Bologna martedì, credo di averne già parlato. Non durerà, Matteo Lepore si vanta di eliminare questa modernità della collezione porta a porta che può andare storta. Non ci vorrà molto, ma ora la carta è messa davanti alla porta. L’ho fatto con una certa disattenzione: ricevute di acquisto su Amazon, riepiloghi di frutta a domicilio, opuscoli inutili, giornali, libri. Sono mitomane, ma non abbastanza per credere che, come nei film americani, qualcuno si scatenerà nella mia spazzatura (scusate il bolognese).

Poi un giorno ricevo un commento su Instagram. È una ragazza che credo scriva il mio indirizzo in tono amichevole ed entusiasta (non ricambiato, direbbe Guzzanti). Benedici Instagram per consentire ai commenti di essere visibili solo a noi e a chi li lascia, almeno quell’idiota non può far conoscere il mio indirizzo al mondo. Da allora, ogni tanto, quando mi prendo la briga di guardare i commenti su Instagram, ne scopro uno, nascosto al mondo, da questo gigante del pensiero e dell’azione. Nell’ultimo che ha attirato la mia attenzione ha scritto: Ti ho ancora rubato una scatola dalla collezione. Detto questo, c’è una ragazza anziana di Jodie Foster e John Lennon che si impossessa del mio riciclaggio e lo tiene a casa. Guardando le etichette di Cortilia? La guida Dyson? Le cambiali incassate?

Qual’è la soluzione? Rendi il mio indifferenziato più impersonale in modo che la pazza non possa vederlo (ma forse è abbastanza pazza da stare vicino alla finestra e spiare quando scendo per lasciarla e poi sapere qual è la mia scatola)? Scopami se penso che almeno si lascerà andare così invece di pugnalarmi? Stai pensando a un complotto per prendere il mio pungitopo per spargerlo nei posti sbagliati nei giorni non delegati alla raccolta per farmi una multa?

Oppure, ipotesi più difficile, dire che va bene, mi sbaglio, Lepore ha ragione, sbarazzarsi della raccolta porta a porta non è una buona idea per rendere la città più pulita, ma almeno è un modo per frenare lo stalking? Ovviamente bisogna poi vedere se lo stalker che posso permettermi è sufficientemente determinato da andare in qualche trash e ravanare, nel qual caso più che una riforma del differenziato deve pensare a uno basaglia.

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