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La magia del festival tv: “Quello che succede qui a Dogliani non sarebbe possibile da nessun’altra parte”

«Un festival televisivo a Dogliani è quasi un miracolo. Certo è la terra degli Einaudi e dei grandi vini, è situata tra colline bellissime e famose, ma è remota e nemmeno facile da raggiungere. Tuttavia, negli anni, l’evento non si è mai fermato, nemmeno durante la pandemia, ed è addirittura cresciuto costantemente». Alessandra Comazzi è ormai una presenza fissa del festival. Presenza fissa sin dal primo numero della critica televisiva de La pressione Ha portato a Dogliani la sua disinvoltura e capacità analitiche, mettendole a disposizione per decine di incontri e interviste in campo. Lo farà anche quest’anno, aprendo gli incontri in piazza Umberto I oggi alle 17 con un dialogo con Benedetta Parodi.

Qual è il segreto di questo festival?

«Credo che sia la professionalità dei partecipanti ad accreditare Dogliani a livello internazionale. Ci sono i nomi più interessanti del mondo dello spettacolo, dell’informazione e dello spettacolo italiano. Da Baudo a Fazio, da Amadeus ad Arbore, da Fiorello a Checco Zalone, sono passati di qui negli anni. E il bello è che ci vengono volontariamente, tutti gratis, anche se sono abituati ai rigori. Non poteva succedere a Roma, Milano o Torino, perché qui c’è sempre un’atmosfera amichevole e positiva. Niente di imbarazzante, solo un modo divertente per i personaggi di copertina di esprimersi e parlare di sé senza quel fastidioso senso di trappola imminente che aleggia nelle interviste classiche».

Quindi un’atmosfera rilassata come carta vincente?

“Il cattivo è sempre stato considerato un punto di forza nelle carriere mediatiche, ma invece qui vince la gentilezza. Le istituzioni sono presenti in maniera cortese e molto ospitale. Il pubblico stesso, da buon piemontese, non stressa gli ospiti con mille richieste. Afferma il suo affetto con discrezione per paura di intromettersi. Nessuna invadenza eccessiva: vedi Linus seduto al bar, salutarlo, magari chiedergli un autografo o un selfie, ma senza stressarlo troppo. E così, con la chiave della gentilezza reciproca, si rende disponibile a raccontare al pubblico qualcosa di sé che va oltre il carattere».

Il tema di quest’anno è l’ascolto. Con così tanto rumore, c’è ancora la possibilità di essere uno spettatore attivo?

«Il leitmotiv di questa edizione è stato scelto dagli organizzatori prima dello scoppio della guerra in Ucraina, ma mi sembra davvero di grande attualità. Oggi siamo circondati da un rumore costante, sia noi che ci occupiamo di comunicazione che semplici cittadini. È un bombardamento continuo e l’impressione è che tutto sia molto autoreferenziale. Ascoltare una volta fa bene: per i giornalisti, per i personaggi dello spettacolo e per il pubblico. Fare domande è importante, ma ascoltare le risposte è fondamentale».

Qual è secondo lei lo stato di salute della televisione?

“I mezzi di comunicazione attraversano dei cicli: funzionano per un po’, poi potrebbero entrare in crisi. Ma così come non è vero che i videoclip hanno ucciso la radio, è anche realistico pensare che la televisione non stia morendo a causa dei social media. Certo, la tv generalista è in crisi vistosa, anche perché è pensata per un pubblico adulto e si compone principalmente di talent e reality di cui la gente prima o poi si stanca. Ma anche le piattaforme con Netflix stanno mostrando alcune crepe. Oggi la scena è senza dubbio dominata dall’intrattenimento sui social, dove la velocità è un elemento fondamentale. Basti pensare al successo dei video su TikTok. Ma proprio per questo è legittimo e importante tornare sul tema dell’ascolto e della scelta consapevole. Farlo in piazza a Dogliani e incontrare sul piccolo schermo personaggi solitamente chiusi in casa mi sembra una splendida opportunità».

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