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Temibile Crialese (voto 6 e 1/2) e la semplicità francese di Zlotowski (voto 6 -) – Corriere.it

fuori Paolo Mereghetti

In “The Whale” di Darren Aronofsky, rabbia e senso di colpa stordiscono e stancano: voto 5/6

L’affermazione di Emanuele Crialese sul forte valore autobiografico di «L’immensità»Ci obbliga a confrontarci non solo con il film, ma anche con il modo in cui questa sincerità ha preso forma cinematografica. E invece di renderlo più facile, rende più difficili l’analisi e il giudizio. Perché i guai dell’adolescente Adriana (Luana Giuliani), che somiglia ad Andrea ed è a disagio in abiti femminili, non sono il soggetto principale del film ma si intrecciano e spesso fanno un passo indietro di fronte alle difficoltà di Clara (Penelope Cruz) vivendo il proprio ruolo di moglie e madre.

La sceneggiatura di Crialese (firmata insieme a Francesca Manieri e Vittorio Moroni) dà l’impressione di vacillare tra queste due disgrazie senza mai volerne davvero occuparsi, tanto che alla fine sembra che sia la famiglia a rendere infelici le persone con la loro confusione di ruoli e doveri. Sia Adriana/Andrea che Clara cercano una via di fuga nell’immaginario, che nella Roma borghese degli anni Settanta prende le sembianze del varietà televisivo del sabato sera, senza che il film li costringa davvero a confrontarsi con le ragioni della loro infelicità: Perché per il figlia sarebbe il padre autoritario e bigotto, per la donna il marito traditore e abusivo, ma in entrambi i casi l’uomo (in questo caso Vincenzo Amato) sembra poco più che un sotterfugio. L’urgenza del soggetto costringe il regista Crialese a mettere da parte la sua predilezione per le immagini che incidono nella memoria, ma alla fine lascia la sensazione di un percorso affrontato con eccessivi accorgimenti, quasi timoroso della propria sfida.

D’altra parte, Darren Aronofsky è quello che sembra non volere limiti con il suo “La balena ” (La balena), la storia di un uomo sproporzionatamente obeso (Brendan Fraser, ex Tarzan al cinema, irriconoscibile sotto un trucco molto pesante, che però non cancella la dolcezza del suo sguardo) che è praticamente bloccato a casa sul divano a provare to Die Abandoned relazione con la figlia diciassettenne (Sadie Sink) come madre per il bene di un uomo. Il suo suicidio è all’origine della catastrofica bulimia del protagonista. L’idea di un uomo costretto a fare i conti con il proprio corpo all’inizio è intrigante, ma poi il film mescola affetti e tendenze religiose (c’è anche un giovane missionario laico), omofobia e urgenza di morte in una giostra di rabbia e colpa che intorpidisce e pneumatici.

Insieme a «Les enfants des autres“(I figli degli altri) Rebecca Zlotowski segue le speranze della quarantenne Rachel (Virginie Efira), che nella figlia del suo nuovo compagno (Roschdy Zem) sembra sublimare una maternità inizialmente rifiutata e poi aspirata. Le difficoltà della vita che deve affrontare sono raccontate con delicatezza e precisione (Rachel lotta anche con gli studenti della scuola dove insegna) ma senza mai sorprendere davvero lo spettatore, con quella ‘qualità francese’ che smussa ogni asperità e rende tutto un po’ troppo facile.

5 settembre 2022 (modifica 5 settembre 2022 | 07:17)

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